Criticis

Dedicated upon its belated completion “to all collaborators and actors who didn’t live to see the first screening of the film in freedom,” Jakubisko’s SEE YOU IN HELL, FRIENDS! was a high-profile casualty of Czechoslovakia’s post-Prague Spring crackdown: the newly installed Soviet hardliners halted its production before the picture could be finished, and Jakubisko was able to finish the work only twenty years later. Inspired, according to Jakubisko, by the Biblical tale of Noah, the film is a satirical political allegory in which the leaky Ark of Socialism drifts on a sea of falsehood, lies, corruption, and suffering. Pretty Rita and her two lovers (one young, the other old) frolic blissfully together in a farmhouse, bring forth offspring, and generally live a carefree existence - until the arrival of strangers heralds the wrath of the dark and disapproving outside wodd. A framing device features the principle characters twenty years later. Jakubisko’s frenetic, Felliniesque world of the surreal is fully in evidence; SEE YOU IN HELL, FRIENDS! offers an alluring Ark-full of colourful characters, bizarre situations, pointed political barbs, and nudity aplenty.

IL GAZZETTINO, Septembre 14, 1990

Fiorello Zangrando: Libertá, un fantasma La platea é subito spaccata in due: per qualcuno l’allucinata e frastornante proposta di materiali visivi serviti da un ritmo parossistico produce una specie di incapacita temporanea che induce a desistere dalla visione; per altri la mancanza di 1inearitá dell’arco narrativo e la presenza costante di elementi criptici che obbligano ad interrogarsi sono il prezzo da pagare al fascino rappresentato da una forma filmica estremamente libera, da un accumulo straordinario di valori narrativi, da una sventagliata parossistica di bellezze visive. La sfida piace ed é accettata, dunque.

Diamo ragione a questi ultimi e invitiamo comunque ad una verifica gli spettatori di “Arrivederci all’inferno, amici”, visto fuori concorso (e giá in programma ieri sera su Raidue alle 23). L’evento é comunque straordnario dal punto di vista culturale e suggerisce analogie con un altro f ilm cecoslovacco, “Allodole sul filo” di Jiri Menzel, che, girato nel 1969 e pronto per il festival di Berlino dell’anno succesivo, dovette essere ritirato con l’arrivo dei carri armati sovietici: rispolverato, sette mesi fa ha vinto l’Orso d’oro.

Anche l’opera di Jakubisko, una coproduzione tra Cecoslovacchia e Italia, fu cominciata vent’anni fa avendo come tema la libertá perduta in seguito alla repressione della Primavera di Praga. La situazione politica impedi la prosecuione della lavorazione che prima continuó clandestinamente e poi si arestó. Il produttore di parte italiana, Moris Ergas, riusci ad assicurarsi il negativo e lo portó nel nostro Paese. Il regista, che non se la senti di espatriare, fece giungere ad Ergas le istruzioni per il montaggio ma la proiezione del lavoro compiuto non fu possibile per l’opposizione dell’associazione degli autori che esigeva l’assenso e il controllo finale di Jakubisko.

Ora Ergas ha finanziato alcune riprese aggiuntive il registra ha girato le scene in cui la protesta di allora appare come un sogno o un incubo di chi oggi ha invece motivo di speranza. Ed ecco finalmente il lavoro sugli schermi, e sul video, dotato di una doppia anima. In quella piu antica fa un certo effetto vedere per la prima volta, e cioé non come un reperto storico ma come parte attuale di un prodotto in anteprima, oltre alla bionda al platino Olinka Berova che poi sarebbe diventata di casa, anche due attori italiani cari alla platea e nel frattempo scomparsi, Nino Besozzi, checbe riveste il ruolo di un bislaccco colonnello decorato di greche e medaglie fin sui capelli, e Carlo Pisacane, in arte Capannelle, che é un eremita sdentato in vena di profezie e per la verita non fortunato.

“Arrivederci all’inferno, amici” é una metafora a violenta e impietosa dell’iniquitá del comunismo come storicamente é stato. Attraverso un andirivieni incoerente e arrovellato, dall’arca di Noe del marxismo istituzionale che protegge dal diluvio del capitalismno assediante, si passa ad un incidente stradale che porta all’al di lá dei cattivi e si rievocano le sanguinose costruzioni di famigile dominate dall’incesto e dalla monstruositá, mentre l’ortodossia il saio e imbraccia la mannaia, finché un’apocalisse imprevista non fa da starter ad un altro ma piu felice carosello.

La lezione di Bunuel sulla corruzione del potere e quella di Pasolini sull’infanzia come unico valore salvifico si ibridano e si connettono strettamente in una sarabanda mozzafiato che sgomina e calpesta con rabbia iconoclasta gli apparati burocratici, il fideismo truffaldino e i collanti della stessa coesione collettiva. Gli echi dell’inquisizione e del terrore dei secoli bui costituiscono un rimando costante. Jakubisko non ha timore di nessuno e nel suo furore anarchico travolge gli stessi supporti della tragedia immane, spostandola sul piano di un grottesco angosciante che ne amplifica la portata.

La ricchezza linguistica é straordinaria. Nelle allegorie spesso filtrate dal ralenty confluiscono i cadaveri e il fuoco, i quesiti metafisici e l’alcol, il vaudeville e il sarcasmo bécero, il feticismo e il barocco, la rissa e la comica, i maiali come marchio degli invasori sovieticii e gli assini pitturati in rosso dei burosauri del partito, le nuditá ambigue e l’acqua lustrale che ha un evidente significato emblematico.

La parte finale é attualissima. Un corteoballetto di bandiere rosse accanto a quelle nazionali dalle quali lo stemma con la falce e il martello é stato sforbiciato significa che Jakubisko, un intellettuale che ha pagato e non é saltato sul carro del vincitore pronto a fare il falso contestatore della prima ora, ha conservato in fondo all’animo ancora l’energia per credere in un futuro possibile di libertá e di pace. Il suo non é peró un messaggio esplicito. E ancora la proiezione del sogno di una generazione delusa che ha accantanato l’ottimismo di programma come ha cancellato dalle tavole estetiche ogni forma di paludato realismo.